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Non chiedere “come stai” se non ti interessa veramente

  • Immagine del redattore: Claudio Romano
    Claudio Romano
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 8 ore fa


C’è una scena, nel mirabile film “The wolf of Wall Street”, in cui Leonardo di Caprio / Jordan Belfort va in Svizzera per parlare di (loschi) affari con un banchiere locale. Il dialogo è solo apparentemente cordiale: in realtà tra i due si inscena un duello mentale (quasi in stile western) per cercare di carpire i rispettivi punti deboli, fondamentali in un rapporto d’affari. Dopo poche battute, Di Caprio, interrompendo l’interlocutore, chiede informazioni sulle leggi svizzere che riguardano il segreto bancario.


La risposta che riceve è molto interessante. Il banchiere, visibilmente imbarazzato, lo informa che il costume svizzero impone, prima di parlare di affari, di impegnarsi per una decina di minuti in un bla-bla che i solerti colleghi di Jordan definiscono chit-chat. Quattro chiacchiere.


Ad una più attenta analisi, questa non è solo un’abitudine svizzera: il chit-chat, l’inutile parlare del meteo, dei propri hobby o porre una domanda vuota, del tipo “come va?” costituisce anche da noi un preambolo urbano e educato prima di iniziare a parlare veramente dell’argomento centrale dell’incontro.


Nella stragrande (ho detto stragrande) maggioranza dei casi, la domanda “come va?” presuppone una risposta altrettanto sintetica, del tipo: “tutto bene, grazie” o al massimo della condizione negativa, un incerto, “non c’è male”. Per educazione, non ci sentiamo di dover rispondere in maniere esaustiva a questa domanda. È solo chit-chat.

Il concetto è così radicato che anche le intelligenze artificiali, con cui litighiamo tutti i giorni nel vano tentativo di farli lavorare al nostro posto, hanno dovuto imparare a fare chit-chat per rendere più umane le risposte. Siamo fatti così, non ci possiamo fare nulla. È solo un ennesimo schema mentale che la nostra società impone.


Si tratta però di una introduzione inutile. Al nostro interlocutore non interessa minimamente il nostro stato di salute ma solo di mostrarsi disinvolto ed empatico. Mi interesso a te, non ho fretta di esporti il mio problema o la mia richiesta. Sono molto netto. Dovremmo smettere di chiedere “come va”, se non siamo veramente interessati, come dovremmo smettere di infilare finti gesti di educazione in contesti professionali e dedicarci veramente a quello che vogliamo sapere o ottenere. Non nego la validità di un contesto civile anche in ambito lavorativo, ci mancherebbe, ma dovremmo lasciare a questo tipo di discussioni il tempo necessario di svilupparsi, di approfondirsi, per capire veramente come sta il nostro interlocutore. E questo tempo, noi lo rifuggiamo, sempre, perché non c’è mai tempo per cose inutili.


Smettiamo di chiedere “come va”, ma dedichiamoci a discussioni in cui il solo argomento sia sapere cosa veramente sta succedendo ai nostri amici, ai nostri compagni/e, ai nostri figli/e ai nostri genitori. Senza mettere dei paletti, senza cercare con lo sguardo il telefono, l’orologio, lo schermo del nostro computer.

Prepariamoci ad un atteggiamento non giudicante, prepariamoci ad ascoltare, a non aspettare il nostro turno per parlare, ma ad essere solo un partner per aiutare l’altro a sfogarsi, a liberarsi dei suoi fantasmi.


Forse da domani inizierò veramente a rendere più proficue le mie interazioni, a mostrare vero interesse verso chi ho a cuore e a smettere di indossare maschere solo per “sembrare più umano”.

 
 
 

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